Esplosione di mutande a Gare du Nord

Questa mattina sono arrivato (stranamente) di buon’ora a Gare du Nord. Dovevo prendere un treno della RER linea H e invece ho trovato una marea di poliziotti che evacuavano tutti e transennavano proprio le scale di accesso alla linea. Un luogo normalmente pieno di gente era oppresso dalla desolazione più totale e dal frenetico muoversi di alcuni poliziotti. Ho deciso di fare un percorso alternativo per andare comunque all’università: metropolitana – tram – un altro tram (in seguito ho scoperto che questo secondo tram era in panne e, quindi, anche l’alternativa sarebbe stata problematica). Prima di cominciare il mio percorso alternativo ho pensato di chiedere almeno qualche informazione a un poliziotto. Ovviamente conversazione inutile. Mentre parlavamo, però, si è udita una forte esplosione. Il poliziotto è sbiancato più di me. Ci siamo mossi. C’era un po’ di panico, ma mi sembrava di essere il più spaventato. Dopo, tutto è tornato alla normalità, come se nulla fosse accaduto. Parigini infastiditi dal leggero ritardo sulle loro tabelle di marcia.

Ho cercato sui giornali francesi e italiani: nemmeno un piccolo accenno all’esplosione (adesso mi sembra quasi irreale). Chiaramente è stato solo un altro episodio in cui la polizia ha fatto brillare un pacco sospetto. Probabilmente si trattava di una valigia piena di mutande e calzini sporchi dimenticata da un vecchio turista tedesco, che adesso dovrà ricomprare il suo guardaroba intimo.

Siamo in guerra? Siamo in un loop che ormai ci fa aprire e chiudere la porta di casa per controllare se abbiamo spento il gas. Noi non siamo in guerra. Siamo molto più in là: la guerra è già finita e noi l’abbiamo persa e non ce ne siamo ancora accorti.

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Cambiare il futuro

            Immagino che un uomo arrivato ormai nella parte finale del viaggio possa convincersi che la direzione sia ormai fissata, che lo sviluppo di quegli ultimi anni di esistenza su questa Terra sia stata determinata dalle decisioni e dagli errori del passato, che, in definitiva, non ci sia altro da fare che vivere quel poco di tempo che ancora si ha nell’ottica che quanto doveva essere fatto è stato fatto e non resta altro che tirare le somme. Io che sono relativamente giovane mi voglio illudere che, quando arriverò a un’età che mi ispirerà simili sentimenti e mi convincerò dunque che c’è poco da fare ancora, per qualche particolare congiunzione mi capiterà sotto gli occhi questo breve scritto che potrà finalmente aprirmeli e mostrarmi quanto mi sarò sbagliato. Continua a leggere

Disumanesimo

       Quando, tra mezzo millennio, vorranno dare un nome all’epoca in cui viviamo, le possibilità di scelta saranno poche; io credo nulle. Una sola parola descrive bene il nostro tempo: Disumanesimo. Ci pensavo qualche giorno fa, leggendo alcune pagine di un grande capolavoro, il “Don Chisciotte della Mancia”. Nel capitolo XXII si racconta un episodio che, al pari di quello dei mulini a vento, è da sempre scolpito nell’immaginifico comune: l’incontro e la liberazione dei galeotti. Il fatto in sé è semplice: il cavaliere errante e il suo fido scudiero incontrano dodici galeotti portati in catene alle galere del re e don Chisciotte li libera. L’effetto comico è assicurato dall’assurdità dell’azione e l’episodio viene riportato dalla maggior parte delle antologie come esempio della follia del cavaliere manchego. Continua a leggere