Perché il mio Dio è il migliore di tutti gli dei e la mia religione è la migliore di tutte le religioni

ovvero Un simpatico esercizio di applicazione della logica astratta a un caso ancora più astratto

ovvero Contro l’intolleranza

Questo articolo, ne sono certo, darà modo a tutti di criticarmi per un motivo diverso. Quindi: fermatevi tutti qui e lasciate che il seguito resti a galleggiare nell’oblio di questo blog raccogliticcio.

Adesso possiamo iniziare la riflessione col mio unico lettore (che sarei io e forse, un giorno, mi criticherò da solo).

Idea numero uno: partiamo dall’assunzione di base della mia religione, quella cristiana, e cioè il monoteismo. Esiste un unico Dio. Quest’affermazione implica immediatamente il riconoscimento degli altri dei, quelli venerati dalle altre religioni (soprattutto quelle politeiste), come inesistenti e quindi fasulli. La prima affermazione del titolo è di semplice risoluzione: poiché la mia religione è monoteista allora l’unico Dio dotato della caratteristica di “esistenza” è il mio Dio e ciò chiaramente implica che, essendo l’unico che esiste, è anche il migliore.

Adesso vogliamo dimostrare la veridicità logica della seconda affermazione, “la mia religione (il cristianesimo) è la migliore di tutte le religioni”. Partiamo da una base che possa essere semplicemente riconosciuta da ogni uomo dotato di intelligenza (gli stupidi – se stanno ancora leggendo – possono anche evitare di continuare la lettura). In una società umana che voglia essere in equilibrio, la scelta ottimale è il bene comune, quella condizione in cui nessuno è secondario e gli interessi di tutti prevalgono su quelli del singolo. Se non siete d’accordo con questa affermazione allora fatevi qualche domanda sulla vostra intelligenza.

Cerchiamo dunque di valutare la possibilità di avere una religione monoteista e una società equilibrata allo stesso tempo. La religione monoteista dice: il Dio in cui credo è l’unico esistente, e dunque il migliore, e ciò fa di me un essere umano migliore di quelli che non credono nel mio Dio (chiaramente anche degli atei che, per definizione, credono in un Dio dotato di inesistenza e, quindi, sono più cretini degli altri perché almeno gli altri credono che il loro/i loro Dio/dei esista/no). Dunque il monoteista medio si crede superiore agli altri e, pertanto, ha due strade logiche per porsi nei confronti della parte di società che non condivide la sua religione: chiudersi completamente nel proprio gruppetto o dedicarsi all’intolleranza. Entrambe le scelte portano a un disequilibrio nella società. Quindi a una non possibilità del bene comune.

Ma c’è una possibilità che una religione monoteista possa essere in non contraddizione col principio del bene comune: è necessario che nelle regole interne della religione stessa sia scritto chiaramente che bisogna evitare le due possibilità descritte (chiusura e intolleranza). Il cristianesimo ha questa regola.

Rispondendo alla domanda rivoltagli sul primo dei comandamenti, Gesù disse: « Il primo è: “Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. E il secondo è questo: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più importante di questo » (Mc 12,29-31).

La regolamentazione interna che permette di evitare chiusura e intolleranza è data dal Cristo come secondo comandamento fondamentale: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Questa semplice regola impedisce al cristiano di chiudersi nel suo gruppo ristretto o di essere intollerante. Il “prossimo” è da intendersi nel senso letterale (dal latino) del termine: colui che è più vicino. Ciascuno di noi può pensare a quante persone incontra ogni giorno. A quanti di questi sia vicino almeno per un istante. E può facilmente dedurre come “il prossimo tuo” sia semplicemente un modo elegante di dire “chiunque incontri sulla tua strada”. Senza alcuna specifica di religione, colore della pelle o idee. Il cristianesimo elimina così immediatamente la deriva intollerante e il pericolo della chiusura. E si dimostra quindi la migliore delle tre grandi religioni monoteiste.

Una nota finale sul terzo titolo di questo articolo, “Contro l’intolleranza”. Abbiamo parlato di intolleranza e di chiusura mettendole sullo stesso piano (non abbiamo fatto esempi concreti, ma credo sia molto facile arrivare a formulare un esempio di intolleranza e uno di chiusura). Ma nel titolo parliamo solo di intolleranza. Perché? Non c’è bisogno di spendersi contro la chiusura: i gruppi chiusi sono scientificamente destinati all’estinzione. La storia ce lo dimostra. La scienza lo sottoscrive. Ma l’intolleranza no, nulla ci assicura una naturale estinzione dell’intolleranza. Per questo è necessario spendersi fino all’ultimo respiro perché essa sia sradicata completamente dall’animo umano.

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La libertà di farsi da parte

A quanto pare, lo spazio è infinito. Questo concetto, la non finitezza del tutto nel quale ci muoviamo come infinitesime particelle che da lontano sembrano indistinguibili, ci lascia interdetti perché la nostra mente, un calcolatore dalle potenzialità infinite contenuto in un organo che invece è finito e limitato, non è capace di approcciarvisi in maniera quantitativa. D’altra parte, se proviamo a dare una dimensione allo spazio (una qualunque) e a immaginarlo come contenuto in una scatola allora finiamo nell’ovvio paradosso: se arrivo alle pareti della scatola e faccio un foro cosa vedrò al di là? Nulla. Il paradosso ci rigetta nella prima possibilità: lo spazio è infinito. Certo ci sarà qualche scienziato pronto a giurare che il tutto si può risolvere considerando una scatola a pareti periodiche, nel senso che la fine della scatola corrisponde col suo inizio (e quanta filosofia spicciola si trova in giro a riguardo), ma, francamente, questo fa parte di quelle artificiosità tristi che avvelenano la scienza di oggi. Continua a leggere

Esplosione di mutande a Gare du Nord

Questa mattina sono arrivato (stranamente) di buon’ora a Gare du Nord. Dovevo prendere un treno della RER linea H e invece ho trovato una marea di poliziotti che evacuavano tutti e transennavano proprio le scale di accesso alla linea. Un luogo normalmente pieno di gente era oppresso dalla desolazione più totale e dal frenetico muoversi di alcuni poliziotti. Ho deciso di fare un percorso alternativo per andare comunque all’università: metropolitana – tram – un altro tram (in seguito ho scoperto che questo secondo tram era in panne e, quindi, anche l’alternativa sarebbe stata problematica). Prima di cominciare il mio percorso alternativo ho pensato di chiedere almeno qualche informazione a un poliziotto. Ovviamente conversazione inutile. Mentre parlavamo, però, si è udita una forte esplosione. Il poliziotto è sbiancato più di me. Ci siamo mossi. C’era un po’ di panico, ma mi sembrava di essere il più spaventato. Dopo, tutto è tornato alla normalità, come se nulla fosse accaduto. Parigini infastiditi dal leggero ritardo sulle loro tabelle di marcia.

Ho cercato sui giornali francesi e italiani: nemmeno un piccolo accenno all’esplosione (adesso mi sembra quasi irreale). Chiaramente è stato solo un altro episodio in cui la polizia ha fatto brillare un pacco sospetto. Probabilmente si trattava di una valigia piena di mutande e calzini sporchi dimenticata da un vecchio turista tedesco, che adesso dovrà ricomprare il suo guardaroba intimo.

Siamo in guerra? Siamo in un loop che ormai ci fa aprire e chiudere la porta di casa per controllare se abbiamo spento il gas. Noi non siamo in guerra. Siamo molto più in là: la guerra è già finita e noi l’abbiamo persa e non ce ne siamo ancora accorti.

Cambiare il futuro

            Immagino che un uomo arrivato ormai nella parte finale del viaggio possa convincersi che la direzione sia ormai fissata, che lo sviluppo di quegli ultimi anni di esistenza su questa Terra sia stata determinata dalle decisioni e dagli errori del passato, che, in definitiva, non ci sia altro da fare che vivere quel poco di tempo che ancora si ha nell’ottica che quanto doveva essere fatto è stato fatto e non resta altro che tirare le somme. Io che sono relativamente giovane mi voglio illudere che, quando arriverò a un’età che mi ispirerà simili sentimenti e mi convincerò dunque che c’è poco da fare ancora, per qualche particolare congiunzione mi capiterà sotto gli occhi questo breve scritto che potrà finalmente aprirmeli e mostrarmi quanto mi sarò sbagliato. Continua a leggere

Disumanesimo

       Quando, tra mezzo millennio, vorranno dare un nome all’epoca in cui viviamo, le possibilità di scelta saranno poche; io credo nulle. Una sola parola descrive bene il nostro tempo: Disumanesimo. Ci pensavo qualche giorno fa, leggendo alcune pagine di un grande capolavoro, il “Don Chisciotte della Mancia”. Nel capitolo XXII si racconta un episodio che, al pari di quello dei mulini a vento, è da sempre scolpito nell’immaginifico comune: l’incontro e la liberazione dei galeotti. Il fatto in sé è semplice: il cavaliere errante e il suo fido scudiero incontrano dodici galeotti portati in catene alle galere del re e don Chisciotte li libera. L’effetto comico è assicurato dall’assurdità dell’azione e l’episodio viene riportato dalla maggior parte delle antologie come esempio della follia del cavaliere manchego. Continua a leggere